COMPAGNIA DEL LEONE
 
ricostruzione storica
 
   

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CENNI STORICI

ROBERTO DA SAN SEVERINO

1482
Il Pallavicini ed Antonio Marliani lo avvicinano per farlo ritornare a Milano; a questo seguono altri avvisi del medesimo tenore, via via più minacciosi, in quanto con siderano l'ipotesi di ribellione ed il sequestro dei beni. Non si muove; stimola anzi a sollevarsi contro lo Sforza Pietro dal Verme, il Rossi ed il Fieschi. Gli sono concessi tre giorni per pentirsi. Gli muove contro un esercito di 4000 cavalli e 2000 fanti, capitanato da Costanzo Sforza. Assediato in Castelnuovo Scrivia fugge con 80 cavalli e molti fanti aprendosi un varco fra le file avversarie; ripara nel genovese, si imbarca con 13 uomini e raggiunge Piombino e Siena, le cui autorità gli fanno dono di 500 ducati. Viene assoldato dalla Serenissima con il titolo di luogotenente generale per tre anni di ferma ed uno di rispetto. Gli è concessa una condotta di 1350 cavalli; gli è riconosciuto uno stipendio annuo di 80000 fiorini, metà dei quali gli sono anticipati subito. Fra le condizioni vi è l'esenzione da mostre, il riconoscimento della giurisdizione civile e militare sulle truppe, con l'eccezione dei reati di ribellione, tradimento, assassinio, incendio, falsificazione di monete, di competenza dei capitani delle città in cui si svolgono i fatti. Si impegna a combattere in qualsiasi parte d'Italia, a consegnare le città e le terre conquistate ed i condottieri catturati, dietro la consegna di metà taglia a suo favore. L'atto è firmato nella città lagunare. Si imbarca a Chioggia con i figli Antonio Maria e Galeazzo, è ricevuto con il bucintoro e si incontra con il doge Giovanni Mocenigo. E' creato nobile della repubblica e gli è regalato un cavallo del valore di 200 ducati. Ha a Padova un consiglio di guerra con il provveditore Antonio Loredan.

La sua prima missione per la serenissima si svolge sulle rive dell'Adige, simula un attacco alla torre Marchesana e fa attraversare nottetempo il fiume alle truppe a Legnago ed a Badia Polesine. Il giorno seguente Antonio da Marciano con 300 guastatori gli prepara in due giorni una strada nelle paludi, fatta di fascine e di altro legname, lunga 5/7 miglia: i fanti possono così arrivare al canal Tartaro con alla testa Andrea da Parma e Tommaso da Imola e lanciare un attacco di sorpresa. Il capitano avversario, il Montefeltro, si rivela all'altezza della necessità, fa sbarrare alla svelta il Tartaro ed inonda la strada appena costruita. Il San Severino non si perde d'animo e fa tagliare un altro argine nel ferrarese, per il quale le acque rifluiscono tutte nel Po dopo avere sommerso i campi e le case sotto il livello del fiume. Esce dalle paludi ed assedia Melara e ne batte con le bombarde la rocca, difesa da 50 fanti con i connestabili Bonaventura Tassoni e Demetrio Albanese. La fortezza cade in tre giorni; investe Bergantino ed in otto giorni ha a patti anche Castelnuovo: in tale località gli sono consegnati da Piero da Molin e da Niccolò Michiel lo stendardo di comandante ed il relativo bastone d'argento. Seguono scorrerie verso Trecenta ed Occhiobello. Quando il passo della flotta veneziana sul Po è bloccato dalle artiglierie del duca di Urbino, collocate a Stellata, si porta a Badia Polesine per tamponare le scorrerie di Cristoforo da Montecchio; rientra a Castelnuovo e fa attaccare gli equipaggi di 5 galeoni milanesi scesi in un'isola del Po. Rilascia i 70 prigionieri. Alla testa di 30 squadre di uomini d'arme, molti cavalli leggeri, balestrieri a cavallo e 6000 fanti assedia Ficarolo, difesa da 1000 fanti e 300 cavalli; pianta le artiglierie e costruisce i ripari per i suoi uomini; vince la resistenza di Stellata, bombarda sulla punta del Mezzanino la rocca di San Biagio delle Vezzane. Mentre è intento ad edificarvi un bastione, è sorpreso da un assalto portato dall'Este, da Niccolò da Correggio, dal Bentivoglio e da Giovanni Antonio Ventimiglia (12 squadre di lance, 300 schioppettieri e 300 fanti del Montefeltro). Si salva saltando su una barca che lo porta sull'altra riva; fra i suoi uomini sono uccisi o muoiono annegati 150 soldati per lo più schiavoni. Riprende ad assediare Ficarolo con 8 bombarde e molte passavolanti; anche il campanile della chiesa è utilizzato per colpire il castello. Lo contrastano il Montefeltro e Federico Gonzaga, che tagliano l'argine sinistro del Mincio ed obbligano le sue truppe a combattere nel fango e nell'acqua. Negli stessi giorni, sventa un nuovo tentativo di assassinio organizzato dagli sforzeschi, che si conclude con l'impiccagione di 2 uomini e la confessione di un terzo sicario inviato nel suo campo dal Trivulzio. L'ultimo giorno del mese, in un attacco a Ficarolo, muoiono 150 soldati. Continua l'assedio di Ficarolo con l'uso di molte macchine da guerra, il lancio di fuochi artificiati e l'azione combinata della flottiglia di Damiano Moro, che spezza la catena che sbarra il Po: 30 barche con a bordo dei carri superano l'ostacolo e permettono di collocare le artiglierie sotto la fortezza. Vi è un nuovo violento cannoneggiamento, seguito da un assalto che dura nove ore. Dopo 40 giorni (si contano 1647 colpi di bombarda), i 600 difensori rimasti si arrendono: si vocifera naturalmente di tradimento ed uno spagnolo è impiccato. Con la vittoria, invia nel Polesine e figli Gaspare ed Antonio Maria con il provveditore Piero Marcello.

Costruisce un ponte di barche per attraversare il Po a Bonello: l'Este lo assale durante i lavori, sotto una pioggia dirotta, con 3000 uomini armati di schioppetti e di balestre, e costringe i guastatori ad abbandonare i lavori. Il San Severino fa tagliare le barche ed 11 di queste sono date alle fiamme. Entra la peste nel campo; anch'egli ne è colpito; è portato prima a Trecenta e poi a Padova in fin di vita per essere curato: il collegio dei Pregadi incarica Sebastiano Badoer ed Antonio Vitturi di andare a visitarlo e gli procura un medico veronese di fiducia. Guarito, raduna l'esercito di fronte a Pontelagoscuro; consiglia un'azione diversiva verso Modena e Reggio Emilia e si sposta anch'egli tra Pieve di Cento e Cento. Attraversa il Po con 50 squadre di cavalli e 2000 fanti, su un ponte di barche alla Vallice (Bonello) con la protezione di 2 galee e di un galeone. Il Trivulzio esce da Pontelagoscuro con 4/7 squadre di cavalli e 300 fanti per ostacolare la sua avanzata: i fanti veneziani respingono gli assalitori che perdono 27 uomini. Gli estensi appiccano il fuoco alle loro fortificazioni di Pontelagoscuro, buttano nel fiume i cannoni e si ritirano precipitosamente in Ferrara. Il San Severino, con il figlio Gaspare, scaccia il Trivulzio da un ponte verso Francolino, avanza sino a Confortino e minaccia da vicino Ferrara. I veneziani irrompono nel Barco (residenza estiva degli estensi) e ne distruggono stalle, serragli per gli animali e frutteti. Nessuno si muove a suo favore; lascia una testa di ponte sulla riva destra e ritorna su quella sinistra.

La situazione militare muta radicalmente quando Girolamo Riario ed il papa Sisto IV mutano alleanza e si rappacificano con l'Este per combattere i veneziani.

1483
All'avvicinarsi del nuovo capitano generale della lega il duca di Calabria, di Niccolò Orsini, di Virginio Orsini, ritorna sulle posizioni difensive a sinistra del Po. Nell'esercito aragonese vi sono anche 800 turchi, passati al loro servizio alla fine della guerra di Otranto: di costoro 300 disertano subito nel campo veneziano; altri seguono il loro esempio per unirsi con gli stradiotti, sicché Alfonso d'Aragona è costretto ad ordinare a Niccolò Orsini l'uccisione di tutti i turchi rimasti a Ferrara.

Con il figlio Gaspare, Galeotto della Mirandola e Rodolfo Gonzaga (20 squadre di cavalli e 4000 fanti), si muove da Francolino e da Pontelagoscuro verso il Barco; avanza fino alla Certosa ed a Belfiore, si ferma per due ore nella chiesa di Santa Maria degli Angeli: gli estensi bombardano l'edificio da Santa Caterina. Alla fine, il San Severino ritorna al bastione di Pontelagoscuro appropriandosi di numerosi pezzi di artiglieria e di munizioni. Sorgono tumulti al campo a causa del ritardo delle paghe e della mancanza di rifornimenti: sono impiccati alcuni sediziosi.

Fa liberare Ugo da San Severino in cambio della liberazione del figlio Giorgio (il Faccendino), prigioniero degli svizzeri, e del permesso alla moglie di raggiungerlo dalla Lombardia.

Parte da Pontelagoscuro con i figli Giovan Francesco, Galeazzo e Gaspare, 1000 cavalli e 1000 provvigionati, sostituito nel comando dal duca Renato di Lorena. Si porta nel bresciano ad Orzinuovi e scorre oltre l'Oglio, cercando di ravvivare lo zelo dei partigiani della duchessa Bona di Savoia.

Con 4000 cavalli e 2000 fanti, si oppone a Peschiera del Garda ed a Valeggio sul Mincio al duca di Calabria ed a Francesco Secco (12000 cavalli, 400 balestrieri e 5000 fanti); tiene a bada e tallona da vicino gli avversari; assale un convoglio di 110 carri, che trasporta munizioni e cannoni, e si impossessa di un centinaio di bovini che conduce a Valeggio sul Mincio.

1484
Si reca a Venezia; vi è ricevuto con il bucintoro; ha colloqui con il doge ed è consultato dal collegio. Ottiene da Alfonso d'Aragona la restituzione di Asola in cambio delle terre conquistate dai veneziani nel Salento. Si reca a Venezia con il figlio Gaspare; il doge Giovanni Mocenigo gli viene incontro con il bucintoro a Santa Marta. Gli sono concessi 30 ducati il giorno per le spese di permanenza nella città.

1485
E' accusato di complotto ai danni dello Sforza: molte persone sono impiccate e fra essi un segretario ducale. Gli sono confiscati i suoi beni nel ducato che gli procurano una rendita annua di 70000 ducati. Parte da Cittadella e si porta nel bresciano con 100 balestrieri a cavallo. I veneziani si oppongono ad ogni suo progetto di rivalsa, gli bloccano i beni da lui posseduti nello stato e lo minacciano.

Ha il permesso dai veneziani di passare agli stipendi dello stato della Chiesa per combattere gli aragonesi ed i loro alleati. E' nominato gonfaloniere e gli è assicurata una provvigione di 30000 ducati. Parte da Cittadella con 34 compagnie di cavalli e 1500 fanti, viene a Ficarolo, tocca nel ferrarese il forte del Genivolo e Bondeno, è a Bologna. E'accampagnato fino a Granarolo dell'Emilia da Annibale Bentivoglio; nell'imolese è accolto dal Riario e nel faentino da Galeotto Manfredi; è quindi nel forlivese ed a Cesena, dove ad attenderlo si trova l'ambasciatore pontificio. Punta sulla marca di Ancona, è a Fano e da qui prende la strada per Roma. Entra in Roma ed è ricevuto sulla porta di Santa Maria del Popolo dai cardinali (fra cui Giuliano della Rovere) e dagli ambasciatori. Gli è consegnato in San Pietro il gonfalone della Chiesa da Gian Francesco da Tolentino ed il bastone dallo stesso papa. A fine mese, esce dalla città superando la resistenza degli Orsini che cercano di ostacolare la sua marcia, sulla via Flaminia, al colle della Guardia; assale il ponte Nomentano con il cardinale Giovanni Colonna. Dopo questa azione dimostrativa passa in rassegna le sue truppe in Campo dei Fiori (30 squadre di lance); si vede subito dopo con Innocenzo VIII assieme con i figli Antonio Maria e Gaspare.

1486
Lascia Sant'Agnese fuori le mura con pochi fanti e 32 squadre di uomini d'arme e si dirige verso il ponte Nomentano; fa battere il castello, che è attaccato dal figlio Gaspare; rinnova l'assalto dopo il ferimento del figlio e dei pochi difensori sopravissuti alcuni sono trucidati. Conquista Mentana a Paolo Orsini, a seguito di un intenso bombardamento; distrutte le abitazioni civili, fa distribuire ai soldati il grano immagazzinato nelle grotte vicine ed asssdia il palazzo. Ne ottiene la resa in due giorni; la moglie dell'Orsini ne esce con i suoi gioielli e vestiti, le mura della località sono abbattute e la torre è fatta saltare in aria. Virginio Orsini ed il duca di Calabria, che sono nei pressi, non hanno il coraggio di intervenire. Nel proseguimento della sua azione costringe gli Orsini a consegnare al papa anche Monterotondo; Alfonso d'Aragona decide di ripiegare di fronte alla sua avanzata e di fortificarsi a San Germano (Cassino). Manda i suoi uomini negli alloggiamenti invernali e si riconcilia con Virginio Orsini: Innocenzo VIII incomincia invece a lesinare nella somministrazione delle paghe, per cui i suoi uomini si rivalgono sulla popolazione civile. Il San Severino si dimostra tollerante nei confronti degli abusi perpetrati. Viene sospettato di connivenza con il duca di Calabria che lo fa articiosamente credere, è abbandonato al suo destino dal papa, che conclude una pace con i nemici escludendolo dai suoi capitolati. Licenziato, si porta a Monte Sperello, nei pressi di Perugia, con 30 squadre di cavalli e molti fanti; saccheggia il contado di Torgiano e, sempre inseguito dagli aragonesi, prende la strada di Fano, dove questa volta non è fatto entrare con la scusa della peste. I Bolognanesi, agli ordini di Pirro Malvezzi, gli bloccano il passo; viene a Cantalupo Selice e scioglie le compagnie: parte dei suoi uomini passano al soldo degli aragonesi e moltissimi sono svaligiati dai contadini. Si mette in salvo a Ravenna (dove ha inviato i suoi carriaggi) con 100 cavalli leggeri; da qui si reca a Cittadella con 50 cavalli. Viene a Venezia, chiede una condotta; si prende tempo da parte della Serenissima.

1487
E' condotto per un anno di ferma ed uno di rispetto per combattere Sigismondo d' Austria in un conflitto sorto per ragioni di dazi. E' nominato luogotenente generale, gli è data una provvigione di 60000 ducati, di cui 10000 destinati ai figli Gaspare ed Antonio Maria: l'accordo è concluso dal genero Lucio Malvezzi e dal suo ambasciatore a Venezia Davide da Basilea, dopo essere stato contattato da Antonio Grimani e da Domenico Bolani. E' esonerato da mostre e controlli. Viene subito a Serravalle (Vittorio Veneto); alla notizia dell'arrivo a Monte Corona di 8000 fanti e 3000 cavalli, lascia al campo Guido dei Rossi e si muove con Giulio Cesare da Varano. Si acquartiera nei pressi di Rovereto: unicamente un bosco separa i campi dei due eserciti; esce in perlustrazione con il Varano e 200 cavalli. I tedeschi lo as salgono a Ravazzano; il sacrificio del figlio Antonio Maria e quello di Venanzio da Varano salvano i due capitani dalla cattura. Occupa Rovereto e dalla val Lagarina punta su Trento; conquista Nomi con le bombarde dopo qualche giorno di assedio; la rocca è messa a sacco. Con l'arrivo di 800 fanti, ricompone le compagnie da cui allontana i soldati più indisciplinati; gli sono pure inviati molto denaro, munizioni, materiale da assedio e guastatori. Ha a sua disposizione 5000 fanti e molti uomini d'arme; fa costruire un forte bastione a Castel Pietra e getta nelle vicinanze un ponte di barche sull'Adige. Occupa Castel Pietra e Beseno: i veneziani gli promettono di chiedere al papa il vescovado di Trento ed il cappello cardinalizio per il figlio Federico. Decide di portarsi a Calliano; alla guardia del campo rimane Franco dal Borgo e spedisce sui fianchi delle montagne Francesco Grasso e Marco da Rimini con 1200 fanti (nella realtà 500) per appoggiare la sua azione; un corpo di cavalli leggeri si avvia, da ultimo, verso Trento con molti saccomanni. Costoro giungono a Mattarello e si spargono per le campagne; pochi sono coloro che al campo, in obbedienza agli ordini ricevuti, scavano un fossato per rafforzarne le difese. Tutti pensano a riposarsi e depongono le armi senza avere apprestato le dovute sentinelle; i veneziani sono così colti impreparati e si danno alla fuga. Il San Severino ed il Tolentino cercano di raddrizzare la situazione; tenta di trattenere i fuggiaschi e di respingere i lanzichenecchi che stringono i suoi uomini; si sforza nel contempo di sostenere sotto Beseno l'impeto dei nemici che, condotti da Giorgio Pietrapiana, scendono dai monti. Dopo quattro ore di combattimento i veneziani si dirigono verso il ponte mentre 12 squadre di cavalli colleoneschi (su 25) abbandonano il campo; anche il dal Borgo dà il suo contributo alla sconfitta facendo tagliare le funi che tengono avvinto il ponte di barche, sicché molti soldati sono costretti a gettarsi armati nelle acque dell'Adige. Il San Severino è travolto nella rotta, è ferito nel combattimento (si parla anche di un uomo d'arme colleonesco che lo trafigge con lo stocco), il suo cavallo stramazza, cade nel fiume e muore annegato. 1000 sono i morti fra i veneziani, per lo più uomini d'arme: fra essi vi sono anche Malatesta Baglioni, Gian Francesco ed Antonio da Tolentino; all'incirca uguali sono le perdite fra i tedeschi. Il suo cadavere viene recuperato, è portato a Trento per essere sepolto con solenni esequie nella cripta del duomo. Anni dopo, la salma sarà trasportata a Milano per essere inumata in San Francesco, in una cappella da lui fatta costruire.